Asterischi

La scorsa settimana ho portato mio figlio a cavallo. Gli piace molto, frequentiamo un piccolo maneggio vicino a casa, immerso nel verde vicino al fiume. La sua preferita à GITANA, una stupenda cavalla marrone molto docile ma anche molto bella. Era sabato pomeriggio e sulla strada del ritorno dal maneggio la radio in auto era sintonizzata su Rai Radio1, nell’abituale “sabato sport” che in questi tempi grami non racconta gli eventi in diretta ma si limita a fare da talk-show con analisi delle macerie che ogni giorno certificano il disastro in atto, anche nell’italico sport.

C’era ospite Valerio Bianchini, il VATE del basket italiano, un genio visionario e grandissimo tecnico che ha vinto lo scudetto con Cantù,Pesaro e Roma, portato il primo trofeo in bacheca alla Fortitudo Bologna, alzato la coppa dei campioni due volte (Cantù e Roma), guidato la nazionale. Per me un mito.

Bianchini con la coppa campioni vinta negli anni 80 coin il Banco di Roma (credit ASD Omnia Roma)

Gli hanno chiesto qualcosa sulle condizioni di salute del basket italiano attuale, che rischia di collassare dopo questo lock out (già svariati club hanno annunciato la chiusura) e come sempre il VATE ha sapientemente dissertato a lungo raggio, facendo una perfetta analisi tecnica ed economica, nobilitandola poi con una riflessione filosofica come sempre per me folgorante. La perfetta sintesi del groviglio che anima la mia confusa location cerebrale.

Lo sport non è una cosa personale, lo sport è cultura ed è spettacolo. Uno spettacolo a cui la gente partecipa, appassionandosi affinchè vinca il migliore, nella speranza, nella stragrande maggioranza dei casi, che questo coincida con la propria parte, o con la parte che si è scelto di supportare per svariate ragioni, sentimentali e non.

Questo ha aperto una stagione di riflessione intima, sulla mia visione personale dello sport, una impareggiabile medicina e leva motivazionale ad alzarmi la mattina, insieme con altre ed ovvie amenità e valori indissolubili della vita di un essere umano.

Nella corsa a piedi esistono dinamiche ed equilibri contorti che reprimono concetti nobili come la sconfitta ed il tifo. Tifare come si fa nel ciclismo ad esempio è vista come una blasfemia. Non si può.

Puoi tifare per il parente, al massimo per il compagno di squadra, non altro, non sognarti di fare il “tifoso”, altrimenti sei un poveretto sotto sviluppato. Nell’off road poi esiste l’eroismo a tutti i costi, ognuno è protagonista, eroe e leggenda. Anzi se fai più like ed hai più follower sei più eroe. . . .

Lo sport è certamente intimo e personale come pratica, ma il raggiungimento dell’eccellenza da parte di chi è + baciato dal talento se da una parte non deve precludere a nessuno di poter praticare la medesima disciplina dall’altra è perfettamente plausibile che faccia scattare la naturale voglia di emulazione, di ammirazione.

Appassionarsi ad un campione o ad un atleta in particolare è per me naturale, corretto, sano… perché ti spinge verso un modello che per te è positivo, appassionante, incoraggiante.

L’ho presa lunga ma (forse) ci arrivo al nocciolo:

Quando ho deciso di aprire questo BLOG volevo e voglio che esso raccontasse le storie di sport che più mi appassionano per provare a condividerle con chi ha voglia e tempo di leggerle e ascoltarmi.

Il magazine HOOLIRUN è la vetrina di questa filosofia, lo spazio dedicato al meglio, a raccontare la storia di un atleta in particolare, mediante un intervista su temi non sempre semplici, potabili e friendly.

Sono interviste che vogliono in qualche modo stimolare, far uscire più allo scoperto determinate posizioni dell’intervistato… attenzione, leggere bene… dell’intervistato, non dell’intervistatore.

Mi rendo perfettamente conto che possano emergere risposte e prese di posizione di alcuni atleti intervistati che non piacciano a tutti, fa parte di quel concetto per cui fino a quando si rimane nell’ambito del civile rispetto e non si offende nessuno, a rigor di logica ognuno possa avere una propria opinione su determinati argomenti.

Questo non dovrebbe dare adito a strumentalizzazioni di nessun genere, ne etichettare me come sostenitore di quelle tesi e di quelle opinioni che sono solo dell’atleta intervistato.

Dirò infine che . . .

Dirò infine che su tematiche delicate come quelle del DOPING ho imparato quanto diverse e plausibili siano le posizioni di tante persone, ma il fatto che i più inferociti e puri fautori della tesi giustizialista, per cui chi ha subito una squalifica debba essere radiato dal pianeta terra, non fa di loro i depositari della verità.

Queste persone hanno delle legittime opinioni, che rispetto ma non sempre condivido. Ciò non fa di me un difensore del doping come qualche idiota ha anche provato a tacciarmi, cosi come un atleta che ha subito una squalifica non deve essere continuamente accompagnato dall’infamia dell’asterisco ogni volta che si nomina il suo nome o vi si fa riferimento.

Da quando seguo lo sport ho visto casi di atleti squalificati, rei confessi, colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio che hanno pagato e pagano la loro pena (e cosi deve essere).

Ma ho anche visto e conosciuto atleti la cui colpevolezza non è mai stata provata fino in fondo, che si sono dichiarati innocenti ad oltranza prendendosi per questo pene più severe e dolorose (e le hanno scontate interamente), la cui mia conoscenza diretta ed intima delle loro persone mi garantisce la loro totale innocenza, la cui evidente dinamica dei fatti e degli avvenimenti mostra come chiaramente vi siano state alle loro spalle trame più grandi di loro per distruggerli, annientarli e per coinvolgere le persone che gli stanno a fianco. Crimini veri e mai raccontati, perché tutto si è chiuso e risolto con un asterisco di infamia che non li abbandonerà mai più, fino alla fine dei loro giorni.

Gridare più forte contro di loro non fa di queste persone dei colpevoli, non per me, non in questa vita.

Di questo sono e rimango convinto, e li difenderò sempre , contro chiunque.

e basta