“I pavidi non sono mai partiti e i deboli sono morti per strada… quindi rimaniamo noi, signore e signori. Noi.“
Cosi Phil Knight, che senza volerlo, sicuramente senza immaginarlo, ha descritto in alcune pagine del suo shoedog – L’ARTE DELLA VITTORIA quello scenario e quelle atmosfere che per me significano automaticamente suggestione e coinvolgimento.

Brume umide e fumose, di colline inglesi o vallette prealpine. Brughiere zuppe di acqua e fango, sentieri ricoperti di foglie cadute, scenari dove all’occorrenza si cimentano investigatori e mastini demoniaci o si sfidano atleti, runners, col solo gusto di cercare un limite, il proprio, di mettersi alla prova, di battere avversari e vermi nello stomaco, quelli che la tensione da “corsa campestre”.
Conan Doyle e Phil Knight, non so cosa e se c’entrino qualcosa tra loro, ma in questa storia hanno dato ambedue l’espressione e la sintesi dell’atmosfera.

A viso aperto, rispetto, e correre…
Pochi calcoli, poche dietrologie, pochi lustrini. Il cronometro non mente, i campi ed i prati non mentono. deferenza, cultura, rispetto, consapevolezza che siamo qui, che tu hai fatto le stesse cose che ho fatto io e che hanno fatto i miei compagni di squadra per esser.e qui, che stare davanti, stare nei primi 5, o nei primi 10 o nei primi 30, o finirla, conta tanto, e conta il giusto. Prima della gara volti rilassati, talvolta tesi, nervi scossi e malcelati, vermi nello stomaco. Ci si saluta, un accenno. I tecnici confabulano, i dirigenti tramano, i presidenti si rilassano, che tanto quello è il momento in cui tutti gli sforzi finalmente si concretizzano. Chi è venuto per “vedere la gara” si dimena tra un luogo comune, una frase di circostanza, un tentativo di analisi da “connaisseur” consumato, mentre distrattamente sluma ora l’atleta che meglio gli accende la fantasia, ora il modello di chiodata fluorescente che mai pensava qualcuno avesse l’ardire di acquistare. Sorrisi, bisbigli, risate sguaiate.
Riscaldamento, lungo, scatti, polpacci e quadricipiti molto, troppo bervosi, termiche, a volte, a volte canotte e guanti, connubio direi eccezionale, in perfetto Moriarty Style e la sua “dinamica di un asteroide”.

Sparo
Sangue in bocca, appoggi indovinati, baricentri in avanti, al secondo giro si fa nitida, al terzo si conserva, al quarto si incanala, poi ai meno 500 si salvi chi può, se finisce deve finire bene, la posizione non conta, conta il cronometro… “al dis” però poi i conti vanno fatti anche con il progressivo. Si va verso la fine, defaticamento, lungo anche quello, insieme ai compagni di squadra, poi ricomposti, si valuta, si pensa. per 30 (o 40, anche 50) minuti si è solo corso, eppure intorno si è sprigionata una magia difficilmente descrivibile, sia per chi ha mulinato i garretti, sia per chi ha ammirato, ha decretato, applaudito, discusso, sentenziato, qualcosa che il cronometro, ha già sancito prima…..
“La strategia di Bowermann per correre il miglio era semplice. Imposta un’andatura veloce per i primi due giri, corri il terzo più forte che puoi e poi triplica la velocità nel quarto. Una strategia che aveva un che di zen, perchè era impossibile. Eppure funzionava ..”
Domenica Mattina, se piove meglio, brughiere fradicie, fettucce e picchetti, tutto li, in un fazzoletto di terra, tra le brume… cosi facile.

