Un minuto come un’ora / EP.1

… come un giorno o forse più.

Non imprese, anche se in molti casi lo sono state, ma “momenti umani”, episodi, situazioni e storie che hanno scritto il mio romanzo dello sport. Bambino in lacrime davanti ad una vecchia tv a tubo catodico, ventenne “in aria” bestemmiante per il tiro da 4 e la follia di Nique, per un attimo convinto anche da Lippi (durata poco), schierato ad oltranza con Gigi Simoni, emozionato , scosso, estasiato, esaltato, sotto shock per imprese “quotidiane” di un anomimo mercoledì coppa UEFA degli anni 80 come da un derby all’8^ di andata, Franco Chioccioli sul Mortirolo e sul Pordoi, il Sestriere di Chiappucci, Douglas a Milano … queste ed altre storie sono state una minima parte di quello che ha fatto di me uno “sportivo da bar sport ma anche da palestra”, nel senso di innamorato di questo “concetto” che è agone e cura del corpo, ma anche cultura e poesia, terra e storia. . . .

LA PAPERA DI ARCONADA

27 giugno 1984, ore 20.00 . Parigi, stadio “Parco dei Principi”

Davanti a 47mila spettatori si gioca la finale dell’Europeo di calcio 1984, uno dei più dimenticati, sottovalutati.. ed invece… un Europeo che arriva dopo il mundial 82 dell’italia di Bearzot campione, che però in Francia non c’è perché non si è qualificata (ricorsi storici).

E’ un Europeo da anni ’80, nel senso che a parte Romania e Jugoslavia c’è tutto l’occidente, ma la scrematura delle qualificazioni è stata vera: mancano Olanda, Inghilterra, Italia . . . 8 squadre e due gironi da 4, le prime due del girone vanno in semifinale incrociata e poi la finalissima. E’ il 1984, il mondo sta cambiando, sta uscendo definitivamente dai contrasti sociali degli anni 70 e si avvia a farsi ammansire (fregare) dal capitalismo, bruciando in pochi anni un trentennio di prosperità, stabilità e giustizia sociale. Ma è un altra storia, perché adesso siamo nella Francia di Mitterand del 1984 e c’è un solo Roi Soleil, e si chiama Michel Platini, figlio di immigrati piemontesi e cervello+piedi clamorosi per giocare al calcio tecnico ma già fatto di spaziature, velocità e spigolosità fisica che porterà il gioco ad un altro livello negli anni 90 con l’avvento di Arrigo Sacchi.

L’estate del 1984 ho 9 anni e sto passando le vacanze al passo del Tonale, dove la sera seguo le partite dell’Europeo in TV sulla RAI insieme a mio zio Beppe, grande ammiratore di “Michel” ma anche tifoso del bel calcio. Appare subito evidente che la squadra della Francia abbia qualcosa in più e che Platini sia in quel momento di un altro pianeta. I vice campioni del mondo della Germania-Ovest non ingranano mai, il Belgio, dato per favorito, si schianta contro i transalpini prendendone 5 e Michel ne fa 3. Chi ingrana forte è la Danimarca, di Preben Larsen Elkjiaer, un calciatore unico, che scriverà la storia con lo scudetto mitico del Verona di Osvaldo Bagnoli ma che in quell’Europeo passa da trascinatore dei danesi a grande colpevole per aver sbagliato il rigore decisivo nella semifinale con la Spagna, lo spara alto, ipnotizzato proprio dal portiere iberico Arconada

Un inciso, la Danimarca è davvero clamorosa: Elkjiaer, Olsen, Berggren, Lerby, Laudrup e una delle maglie più belle di tutti i tempi, la mitica casacca della Hummels, vera perla vintage sia nella versione Rossa che Bianca.

La mitca Hummels della Danimarca 1984.. che squadra

Ma eccoci alla finalissima: la Spagna che ci arriva mixando due generazioni, con Santillana e Gallego come leader ma senza particolari stelle. Alla vigilia dell’Europeo tante polemiche per un 12 a 1 rifilato a Malta, che permette alle furie rosse di aggiustare la differenza reti e manda a casa l’Olanda.

Primo tempo a reti bianche, e alla Francia la cosa non torna, perché fin li era stato davvero tutto molto facile. I padroni di casa sembrano accusare il “braccino” e già nella semifinale col Portogallo c’erano voluti i supplementari. Squadre stanche, e ci sta. Minuto 57′ e Lacombe va giù ai limiti dell’area di rigore spagnola, l’arbitro Christov fischia punizione. E’ la posizione di Michel se mai ce n’è stata una. Solito tiro che sembra una mozzarella ed invece è una “maledetta” d’antan, perché la palla va via quasi a pelo d’erba, secca, e tende sempre a cadere poco prima del portiere. Aggira la barriera ed è diretta all’angolino, dove però il buon Arconada è appostato splendidamente e si accartoccia da manuale per raccoglierla al petto… ed invece.. quasi avesse del grasso addosso la sfera sguscia sotto l’ascella sinistra del portiere spagnolo e si infila beffarda, malgrado Arconada annaspando cerchi il disperato recupero. Increduli tutti, dai Francesi che si inginocchiano insieme ed intorno al loro capitano, agli spagnoli che malediscono ed imprecano con le mani nei capelli.

michel sta per calciare

La finale gira li, tecnicamente ed emotivamente, la Spagna non si rialza più, ed al 90° l’ennesimo figlio di immigrati italiani in Francia, Bruno Bellone, sigla il gol della sicurezza.

A 9 anni di età e per la prima volta mi sono trovato a pensare non tanto alla grande impresa di Platini, alla Francia di Tigana e Giresse campione, ma di più al dramma di un giocatore e di una squadra che per un piccolo errore, per un dettaglio, valicava il confine tra la vittoria e la sconfitta. Era “colpevole” della sconfitta Arconada ? tifosi e compagni di squadra erano incazzati neri con lui ? lui avrebbe voluto ancora giocare a calcio? Non mi sfiorava il pensiero che era pur sempre un professionista, che queste cose fanno parte del gioco, per me era un dramma, quasi più umano che sportivo, ma dall’analisi dello zio e degli altri astanti intorno alla TV, ascoltando in silenzio, iniziai a comprendere che certe situazioni vanno viste da più angolazioni, che la Spagna era pur sempre arrivata li, ad un passo dal trionfo, che Arconada era un grande portiere, la bandiera della Real Sociedad forse più forte di tutti i tempi ed un idolo dei tifosi baschi, che in curva cantavano a squarciagola << No pasa nada tenemos a Arconada ! >>

IL GOL DI HATELEY

28 Ottobre 1984, ore 15.00 . Milano, stadio “Giuseppe Meazza”

“di origini contadine, laureato in giurisprudenza, ha costruito la sua carriera tra il vicentino ed il veronese..” Questo è l’incipit della bio di Giuseppe “Giussy” Farina, che fa specie soprattutto perché ci si rende conto che in “quegli anni” era normalissimo vedere che a capo delle grandi aziende ci fossero persone capaci ma di umili origini, che si erano “fatte da sole”, mentre oggi, se badate, tutto questo (arrivare a quei livelli) è diventato praticamente impossibile.

Il Giussy ha preso il Milan da Morazzoni (forse prestanome di Colombo, il presidente dello scandalo che trascinò il Milan in B) e lo ha portato fino alla “notte del Wareghem” in coppa UEFA, quando dopo la disfatta si inizio a fare il nome di Berlusconi.

Nell’ottobre del 1984 il Milan non vinceva un derby da 6 anni, ed il Derby della Madonnina era qualcosa che andava oltre l’immaginario. Ci si vedeva due volte l’anno, e questo se una delle due non era, come accaduto, andata in B. Ed in quelle due volte ci si giocava veramente tutto, quasi più della stagione stessa.

Erano gli anni dell’album figurine panini, i migliori, perché c’erano i due stranieri per squadra a dare quel sapore di esotismo ma senza il “bùrdel di oggi”, perché tutto sommato se la Juve era abbastanza continua e forte, il Milan e l’Inter non erano cosi inarrivabili ed allora blasoni come quello del Verona, del Torino, della Samp e soprattutto della Roma rendevano la competizione parecchio più intrigante.

La figurina di Luther Blisset, attaccante britannico del Milan, era l’unica che mi mancava nell’album 1983, e questo non me lo dimenticherò mai, e cosi quando l’anno dopo acquistarono altri due inglesi, Ray Wilkins e Mark Hateley, temetti la macumba, anche se in verità trovai subito Wilkins fino ad averlo penso quadruplo, ed anche Hateley arrivò in fretta dalle magiche bustine da 200 lire cad.

Le casacche delle due squadre erano quelle che oggi tutti definiamo “classiche”. Righe verticali piuttosto strette, sponsor “misura” per i Bauscia e “Oscar Mondandori” per i Casciavitt. Partita di domenica, alle 14.30 o giù di lì. Formazioni come attese, con Sergio Battistini zoppo contro Kalle Rumenigge e con la famosa infiltrazione di novocaina alla caviglia candidamente ammessa da Lidelhom nelle interviste prepartita, che se lo fai oggi viene giù l’internet. O con Altobelli che rompe il cazzo a tutti i compagni, capo padrone di uno spogliatoio che non lo sopporta più, e quando spillo se ne andrà nel 1989 all’arrivo di Trapattoni la squadra infatti farà il record di punti. Di quel derby, che si ricorda per il gol di un talentuoso ma sfortunato ed abbastanza anonimo attaccante inglese, mi rimane il sapore dei miei 9 anni, del ricordare un calcio ma soprattutto un epoca ed una Milano da romanzo, con il fascino, la nebbia e l’atmosfera che il Giuan Brera stava ancora cantando.

il derby del 1984, Spillo Altobelli con le sue adidas copa mundial. . .

Nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi alla partita si costruisce il mito del “Gol di Hateley”: l’Intrepido sport, il Guerin Sportivo . . . copertine, speciali, foto. Per i Milanisti è una rinascita, e nasce tutto da un gol, dal momento, dal gesto tecnico ed atletico, da tutta l’aneddottica che gli va dietro, quasi un mix inspiegabile, ma che rimane lì, come pietra miliare di un epoca che, tifoso o no, si ricorda sempre volentieri

TO BE CONTINUED . . .

Un minuto come un ora come un giorno o forse piu’
Un minuto anche stasera per dimenticare
Un minuto un minuto per sempre…
Un minuto per reagire con la testa o il cuore
Un minuto per odiare e non perdonare piu’
Un minuto un minuto per sempre…