Nelle parole e nell’espressione metà incredula e metà sconvolta di Declan Rice si cela un messaggio che va oltre il concetto di fede (sportiva) e di resilienza. Contro 22 anni di digiuno, molte volte reso particolarmente cruento dal fiume di qualunquismo da meme che avvelena lo sport odierno. Dalle polemiche contro Wenger all’etichetta di perdenti, dal “second again” alla bottiglia di lacrime.
L’ Arsenal Football Club torna in cima alla Premier. Non è più la squadra degli invincibili, non gioca più ad Highbury, Paul Ashworth e la Signorina Hughes di “Febbre a 90°” oggi molti dei “gooners” della generazione Z non li conoscono nemmeno, eppure c’é un filo che lega questa storia, dalla finale di Parigi ad oggi, passando per tutte le lacrime e le delusioni.
La squadra ed il gruppo plasmati da Mikel Arteta hanno cambiato il corso della loro storia, ed un pò anche quella di tutti quelli che lo sport lo vivono cosi, soffrendo a prescindere…

19 Aprile 2026
Ethiad Stadium di Manchester, pomeriggio, Il city ha appena battuto l’Arsenal nel big match della premier, riaprendo il campionato e rimettendo di fatto la classifica in discussione dopo che da settembre la squadra del nord di Londra era stata sempre sola in vetta. I gunners sono per lo più sdraiati a terra sul prato, martiri esangui, il volto della maggior parte è simile a quello di un fantasma. Ben differente l’espressione di Herling Haaland, l’enorme vichingo dei citizens, che uscendo dal campo, con aria strafottente guarda la telecamera ed urla “Oh, oh, sometimes, I get a good feeling!” . . .
La partita è stata dura, sporca, lo scontro tra Haaland e Gabriel forse la cover della giornata. Un Arsenal fiero, tosto, che ha dato tutto e ci ha veramente provato, nulla ha potuto contro la giocata del Vichingo che ha risolto la partita ed in un sol colpo vanificato mesi di costruzione di un impresa che sembra dover essere ancora una volta vanificata e rimandata. Lo stadio esplode: “Second again, Second again..” , compare un enorme striscione bianco-blu: “PANIC ON THE STREETS OF LONDON” che irride il terrore che a questo punto dovrebbe (anzi lo fa) impossessarsi dei tifosi bianco-rossi. Sembra un’onda inarrestabile, e le scene che si vedranno anche fuori dallo stadio testimoniano che i nervi di più di un “gooner” sono saltati (i gunners sono i giocatori, chi sta sugli spalti è un gooner… cosi è stato deciso dalla vulgata del north-london..ndr).
In questa tempesta però le telecamere vanno per una frazione di secondo sul viso di Declan Rice, uno dei “brits” del gruppo, il simbolo ed il leader tecnico di Arteta. Rice è sconvolto al pari degli altri, ma con piglio deciso, quasi ostinato guarda il capitano Hodegaard e pronuncia secco le parole che diverranno il titolo di coda di questa storia: “IT’S NOT DONE” non è ancora finita…
NOI NON SUPEREREMO MAI QUESTA FASE !
Le settimane che seguono sono cinema e dramma. Il City si rovina con le proprie mani fermandosi contro l’Everton, 3 a 3 acciuffato in maniera rocambolesca, anche se l’inerzia psicologica sembra ancora essere con Pep, perché tutti hanno già un pò deciso che l’Arsenal imploderà, cadrà sul più bello: come Lehman ed il rosso a Saint Denis, come Belletti che imbrocca la giocata della carriera, come l’8 a 2 contro lo United , il tradimento di Van Persie, il 6 a 0 di Stamford Bridge nella millesima di Wenger (2014) e tante altre catastrofi che hanno tenuto lontano l’argenteria dall’Emirates per più di 20 anni.

NO ONE CAN SAY THE SAME..
Ultimi tre atti che girano sostanzialmente intorno a due momenti, il gol di Trossard, evocato da Hodegaard sul campo del WestHam, e nella stessa partita la decisione (giusta) del VAR che annulla il gol degli irons al 94esimo. Anche la testata di Havertz contro l’Everton in casa alla penultima pesa, ma li ci ha pensato soprattutto un City logoro ed incapace di vincere a Bournemouth, a consegnare al borgo londinese di Islington una notte di follia, col “The George” che ha guidato la serie delle esplosioni da Pub ed una folla oceanica che si è riversata per le strade di Highbury.
Uno schiocco di dita e i perdenti sono campioni d’Inghilterra, la narrazione cambia, la finale di champions a Budapest diventa una tappa e non l’ultima spiaggia. Ed allora sui giornali e sui colorati tabloid britannici si può tornare a parlare di 4-3-3 che in costruzione diventa 4-4-2, di grande solidità difensiva data dall’intesa sviluppata tra Gabriel, Saliba, Timber e Calafiori, di consistenza ed efficacia sui calci piazzati e sul gioco in surplace che permette alla squadra di dettare i tempi ed i ritmi. Non c’è l’estetica pura dei tempi di Pires, Bergkamp ed Henry, c’è molto pragmatismo e forse meno fantasia però la storia ed il gruppo sembrano non avere tempo, quelle maglie col cannone, la rosa dell’adidas che ricompare sulle tute, l’orologio della clock-end riportato sulle volte dello stadio nuovo, raccontano una storia che merita di essere vissuta e raccontata. Nel 2026 del mondo di Hormuz e delle guerre, della disumanità sdoganata e giustificata, i ragazzi di Mikel Arteta hanno regalato la gioia di crederci, che forse non è ancora finita . . . IT’S NOT DONE.
NORTH LONDON FOREVER
WHATEVER THE WEATHER
THESE STREETS ARE OUR OWN
AND MY HEART WILL LEAVE YOU NEVER
MY BLOOD WILL FOREVER
RUN THROUGH THE STONE

