90 battiti a riposo, guardato il finale in piedi, su un televisore attaccato al muro nella stanza che lo zio in fattoria utilizza come taverna/macello/magazzino, fuori una primavera camuna che rallenta ed evoca pioggia, che però non arriva.
Il primo collegamento ai meno 100 lo avevo preso dal telefonino, appoggiato su una nicchia ricavata nella pila della legna, mentre con l’accetta spaccavo qualche “schinel” per le ultime fiammate al camino, che Comunque la sera ci si scalda ancora volentieri.
Wout è davanti, con Pogi, mentre a VDP oggi è girata male, ed anche se da dietro schiuma a tutta, l’impresa di chiudere 2 minuti sembra troppo anche per lui.
Il giorno prima ci avevo pensato… “stò giro magari ce la fa, dopotutto sta bene, ma gli andrà male qualcosa, e poi lo sloveno non lascerà scampo a nessuno…”
Pensieri di un sognatore, già in fibrillazione, perchè Wout siamo noi, Wout è hoolirun, perde e cade e si sfracella, e arriva secondo, e lo sbeffeggiano, e VDP è meglio, e non è un vincente, ed è l’eterno secondo, e tutte le stronzate di questo mondo insieme, una Fortitudo Bologna anni ’90 portata all’ennesima potenza nel ciclismo, come faccio Io, proprio Io, a non amarlo follemente !?

Perché quando perde lo crocifiggono, perché è sempre lui che sbaglia, perché gli altri sono sempre più forti e più talentuosi, e più furbi… però quando vince, ti fa piangere….
Poi l’epilogo, che tutti conoscete, che non serve ripercorrere, perché due ore dopo il taglio del traguardo era già pieno di qualsiasi analisi tecnica, di qualsiasi celebrazione (e questa che è, se non una celebrazione a modo suo ?).
Wout non è “il buono” in una storia coi “cattivi” e per quanto mi abbiano toccato le sue parole e le sue lacrime (anche io ho pianto) rimane sempre un privilegiato, uno che ha avuto il dono del talento ed evidentemente le possibilità per fare quel che ha fatto per tutta la sua vita, uno che oggi a contratto chiama oltre 3 milioni Euro a stagione (più bonus vertiginosi per ogni apparizione o vittoria di rilievo). Il fatto però è che WOUT li ci è arrivato in maniera diversa, non solo col talento, non solo con la squadra, l’entourage e gli sponsor. Ci è arrivato attraverso una strada lastricata di calci in faccia, di cadute, di infortuni, di sconfitte cocenti. Cosa lo differenzia forse dagli altri è una passione genuina, una religiosità unica e, diciamocelo, tutta fiamminga di vivere il ciclismo, una generosità che gli ha fatto fare le cose più belle, quelle che hanno fatto innamorare i tifosi del ciclismo, per gli altri.

non perché vince
Vincere al TOUR 11 tappe ma rimanere nella memoria per l’essersi caricato sulle spalle il gruppo e la tattica della squadra per sigillare il primo tour di Vingegaard, o lanciarsi in un’impresa senza senso sul Colle delle Finestre, con una condizione obiettivamente non brillantissima, per rifinire il capolavoro della redenzione di Simon Yates.
Eppure non bastava mai, passava tutto in 2° piano non appena arrivava la prima impresa sfavillante di VDP o l’ennesimo diktat di Pogacar. I social, che ora definitivamente dovrebbero collocarlo dove merita, hanno per anni coltivato il teorema dell’eterno secondo, del perdente per eccellenza, soprattutto i commentatori con la scienza infusa, quelli che mentre fanno la telecronaca con mille e geniali piroette riescono sempre per magia a sedersi sul carro del vincitore, che hanno irriso, sbeffeggiato anche la sua squadra, insultato i suoi allenatori, trovando sempre sottobosco ben nutrito che apprezzava e si divertiva della tagliente ironia per cui ogni mossa della VISMA era da irridere o prendere ad esempio di cosa NON fare in gara.
I pascoli fiamminghi
Sono sassi enormi, appuntiti, come quelli del pavé del Carrefour de l’Arbre, che WOUT si sarebbe potuto togliere dalle scarpe, ma a WOUT il fiammingo probabilmente ieri interessava solo abbracciare suo padre e piangere con lui per aver realizzato il sogno più bello, ricordando magari una sgroppata tra le pietre delle fiandre di domenica mattina, solcando i pascoli del Brabante o del Limburgo, sognando ROUBAIX , e finalmente il sogno si è avverato.
E la chiudo qui, perché non c’è nulla ne altro di esprimibile che non sia stato espresso in queste ore. La headline è ben chiara: è redenzione, e rinascita, è quello di cui abbiamo diffusamente parlato sopra. Intimamente io mi tengo le emozioni, le palpitazioni, quell’euforia e quella tensione che ho provato solo al cospetto dei grandi sogni sportivi che mi è capitato di coltivare nella mia vita passata: la sofferenza indicibile per la Fortitudo dal 1996 al 2005, coronata dagli incubi delle finali scudetto di basket del 1998 , gara 5 al Delta Center (the flu-game), Petro a Zinal nel 2016, il Chelsea a Monaco nel 2012, Italia-Lituania ad Atene 2004, il Dega ad Ovronnaz nel 2007…. quando lo vuoi cosi tanto, quando prima sei caduto ed hai sofferto (Ovrebo che non fischia i rigori a Ballack nel 2009 e Terry che scivola sul dischetto a Mosca nel 2008, il tiro da 4 di Danilovic in gara5, il ritiro del 1994 di MJ…), quando hai quella sensazione tremenda di dover rifare tutto da capo dopo averla sfiorata, di arrivarci lì e di sapere che se va male risprofondi di nuovo . . . sarà il modo sbagliato di vivere lo sport, non lo so, ma è l’unico che mi fa stare in piedi, col cuore in gola, a guardare una tv appesa ad un muro ed a sognare….
WOUT WOUT WOUT WOUT

